Gli originali.

Mi piacciono gli scrittori che studiano le forme. Persone capaci di dire cose conosciute in un modo unico, un modo a cui nessuno aveva pensato prima. Mi piacciono gli originali, quindi. Ma non solo: mi piacciono i visionari del quotidiano. Chi usa iperboli, metafore, ossimori e li applica con quell’empatia che mi fa credere che solo io, lettrice, sia in grado di capire, in questo momento deciso dal fato, il messaggio che si cela dietro le parole scritte. Come se la percezione del significato sia destinata a un unico soggetto, a me, che ho in mano questo libro comprato per caso e ora sono tutt’uno con chi ha scritto.

Dalle lettura delle pagine scritte, la lettura che gli amanti fanno dei loro corpi (di quel concentrato di mente e corpo di cui gli amanti si servono per andare a letto insieme) differisce in quanto non è lineare. Attacca da un punto qualsiasi, salta, si ripete, torna indietro, insiste, si ramifica in messaggi simultanei e divergenti, torna a convergere, affronta momenti di fastidio, volta pagina, ritrova il filo, si perde. Vi si può riconoscere una direzione, il percorso verso un fine, in quanto tende a un climax, e in vista di questo fine dispone fasi ritmiche, scansioni metriche, ricorrenze di motivi. Ma il fine è proprio il climax? O la corsa verso quel fine è contrastata da un’altra spinta che s’affanna controcorrente, a risalire gli attimi, al recupero del tempo?
Se si volesse rappresentare graficamente l’insieme, ogni episodio col suo culmine richiederebbe un modello a tre dimensioni, forse a quattro, nessun modello, ogni esperienza è irripetibile. L’aspetto in cui l’amplesso e la lettura s’assomigliano di più è che al loro interno s’aprono tempi e spazi diversi dal tempo e dallo spazio misurabili.

Se una notte d’inverno un viaggiatore, Italo Calvino, 1979

Questa è sicuramente una scena d’amore stramba. Ma tocca tutte le mie corde e mi trascina verso l’alto. Una scena d’amore come mille altre, ma resa irripetibile dal racconto che se ne fa. Almeno per me.

La forma è preziosa, cattura l’attenzione di una lettrice (io), parla di lei e solo a lei. La verità è che è pressoché impossibile narrare qualcosa che in qualche tempo e in qualche luogo non sia già stato scritto. Un’azione che non sia già stata compiuta, un sentimento non ancora espresso. Tutti quegli omicidi e quegli amori prevedibili del cinema, quei pantaloni e quelle spalline che si ripropongono ciclicamente nella moda. L’infinito non appartiene all’esperienza umana e i racconti viaggiano su binari già decisi dal vissuto comune. L’unica cosa che distingue una scena d’amore da un’altra scena d’amore è la fisionomia secondo cui viene raccontata.

Se tutto quello che succede nella mia vita sembra che ritorni dal passato e che sia già successo a qualcun altro lontano o vicino nel tempo e nello spazio, ecco davanti a me la mia fortuna: posso scegliere di leggere, tra i milioni di libri pubblicati al mondo, quello che parla di me, o di una parte di me, di un mio viaggio, di una mia fobia, di mia nonna o del mio lavoro. Posso essere protagonista leggendo un libro. Anche se non so scrivere, anche se non trovo le parole, qualcuno per me le ha già messe nero su bianco.

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La pagina bianca e la bellezza delle parole.

Mi trovo nella curiosa situazione di dover scrivere qualcosa.

E’ una settimana che procrastino assillata dalla vocina che mi ripete di trovare qualche cosa da scrivere. Ora il tempo è finito ed eccomi: devo pubblicare il primo post del mio blog.
In cerca di ispirazione ho scandagliato sovrappensiero i piccoli fatti della mia settimana: un viaggio in treno, un compleanno astemio, una gita con il cane. Nulla che valga la pena.

Non si dovrebbe scrivere se non si ha nulla da dire. La parola è stata inventata per dire qualcosa. Spesso è abusata per dire l’inutile. Invidio moltissimo chi dice tanto di tutto. Se ne fossi capace racconterei del mio viaggio in treno.

A rigor di logica non si dovrebbe scrivere, cantare, parlare, ballare se non si ha niente da dire. Sembra. Eppure pare che io lo stia facendo: non ho niente da dire e sto scrivendo. Penso a quanto non mi piacciono le mie frasi brevi. Vorrei scrivere un periodo lungo e composto, articolato in sfumature e suoni.

Una libertà oscena, gioiosa, nuda, che nella sua fantasia si ergeva come un’immensa cattedrale spaziosa, magari in rovina, magari scoperchiata, spalancata verso la volta del cielo, nella quale lui e lei sarebbero ascesi in assenza di peso verso un poderoso abbraccio per perdersi, per annegare in ondate di purissima estasi dimentiche di tutto.

Chesil Beach, Ian McEwan

Ecco questo è un bel periodo. Ottima costruzione. Climax ascendente seguito da una curva verso il basso, quasi un abisso, la discesa di una montagna russa. Non dico che siano parole inutili, ma che l’utilità quasi passa in secondo piano comparata alla loro bellezza estetica e oggettiva. Oscena e gioiosa, cattedrale spaziosa, peso e poderoso sono indubbiamente belle parole. Che fa piacere leggere e pensare. Che lasciano un bel segno sulla pagina bianca. Ritorno al mio viaggio in treno.

<Una cordiale conversazione tra sconosciuti che si mescola al ritmo ferroso del treno, mentre fuori dal finestrino opaco scorre veloce la campagna familiare eppure così sinistra anche in un giornata di sole che, invece di schiarirla, la rende ancora più infinita come i pensieri che si assopiscono accompagnati dalla sonnolenza vaporosa fino alla fine del mio viaggio>

Come se per fare periodi lunghi bastasse non mettere un punto. Il mio viaggio in treno è nato fatto di frasi brevi. Non può essere snaturato, anche se, per essere onesti, vaporosa è proprio una gran bella parola.

Potrebbe essere questa la mia virtù: non avere niente da dire e cercare di farlo con parole dalla bella melodia.

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